Raccogliendo il vessillo del Guru  

La vita indomita di Swami Shyamananda Giri

Sri Daya Mata and Swami Shyamananda at SRF Mother Center

Binayendra Narayan, figlio di Sri e Srimati Gokul Prosad Narayan Dubey, nacque a Banda, nella provincia indiana dell’Uttar Pradesh, il 4 maggio 1911. Abbandonò il corpo come Swami Shyamananda Giri il 28 agosto 1971 alla Casa Madre internazionale della Self-Realization Fellowship/Yogoda Satsanga Society of India a Los Angeles. Quanto accadde tra queste due date è ora più che storia: è una eredità di fede, forza, dedizione, altruismo e ispirazione per quanti lo hanno conosciuto e anche per coloro che, nelle generazioni a venire, lo conosceranno grazie alla sua vita e alle sue azioni, veri monumenti spirituali destinati a durare nel tempo.

La sua stessa statura e il suo aspetto suscitavano rispetto, le sue capacità ispiravano un senso di autorità e leadership: il mondo si faceva da parte e gliele concedeva senza esitazione e senza domande. Coloro ai quali rivelava l’uomo interiore gli offrivano anche un amore senza riserve. E in effetti, con il passare degli anni tutto il suo essere si identificò con l’uomo interiore.

“Non è un bambino qualunque, non appartiene al mondo comune. Il corso della sua vita è già stabilito, lasciate che segua la sua strada”. Queste parole profetiche furono pronunciate dalla madre di Binayendra prima di morire, lasciando il bimbo di tre anni e due figlie più grandi. Aveva forse intravisto il futuro di suo figlio? O aveva semplicemente osservato che il bimbo, non appena in grado di camminare, aveva cominciato ad aggirarsi da solo nei pressi di un tempio che si trovava nei dintorni?

“Ero troppo piccolo per capire perché il tempio mi attirasse”, ricordava Shyamanandaji negli anni successivi. “Sapevo solo che quando ero lì mi sentivo a casa. Ma la mia assenza causava ansia ai miei familiari e spesso procurava a me qualche schiaffetto come segno di rimprovero. Non era affatto piacevole, eppure non mi faceva desistere da questa abitudine”. “Dio è ovunque”. Questa verità rivelata dalle sacre scritture vediche ebbe un profondo effetto sul fanciullo Binayendra. “Andavo in giro osservando ogni cosa – gli alberi, gli uccellini, il cielo – desideroso di scorgervi Dio”, ricordava Shyamananda. “Mi soffermavo a guardare un fiore implorando: ‘Sri Krishna, sei lì?’”.

“Ciò che più amavo da bambino era ascoltare storie tratte dalle sacre scritture”, continuava Shyamanandaji. Per lui ogni morale e ogni ideale divenivano legge. Gli eroi delle sacre scritture e gli avatar raccontati erano reali quanto i suoi compagni di giochi. Un giorno, dopo aver frequentato una lezione all’asilo, Binayendra se ne stava da solo a giocare nel giardino della piccola scuola. L’oscurità cominciò a scendere. “Non c’erano luci lì a quei tempi”, raccontava Shyamanandaji, “ma all’improvviso vidi che tutto lo spiazzo si era illuminato. E in quella luce scorsi Hanuman. Suppongo che la maggior parte dei bambini si sarebbe spaventata e sarebbe fuggita nel vedere una scimmia dalla corporatura così imponente. Invece io provai un sentimento meraviglioso e cominciai lentamente ad avvicinarmi a lui. Allora gradualmente l’immagine cominciò a dileguarsi nella luce e poi anche la luce svanì. Mi sentii elevato grazie a quella visione e il suo effetto rimase a lungo in me”. Hanuman è la divinità in forma di scimmia ben conosciuta e amata in India per i suoi eroici atti raccontati nel Ramayana, il grande poema epico di Valmiki. Hanuman simboleggia il devoto perfetto. Una debole, ignorante scimmietta, che quando invoca il nome del Signore per assolvere un incarico datogli dal Divino diventa un gigante, il suo valore non ha eguali, nulla è impossibile per lui. Per gli eccezionali traguardi raggiunti da Shyamanandaji, ispirati dalla sua devozione per Dio e per il suo guru Paramahansa Yogananda, Sri Daya Mata si riferiva talvolta a lui chiamandolo ‘l’Hanuman di Paramahansaji’.

A nove anni Binayendra perse il padre. Questi aveva stretto un patto con il suo caro amico, Raja Bahadur Sati Prosad Garga: se qualcosa fosse accaduto a uno dei due, l’altro avrebbe allevato i figli del defunto. Così Binayendra andò a vivere con la famiglia Garga, nell’enorme proprietà di Mahishadal, nel distretto di Midnapur vicino a Calcutta. Il figlio ‘adottivo’ fu amato e allevato come primogenito della famiglia.

Swami Shyamananda Giri 1911 - 1971
Swami Shyamananda Giri 1911–1971  

Il ragazzo idolatrava il nuovo padre, cosa che – ci è stato riferito – Raja Garga ben meritava. Era un uomo dal carattere nobile, dotato di straordinarie capacità, che conseguì successi straordinari; fu grande conoscitore degli shastra (scritture sacre dell’Induismo) e dell’antica letteratura sanscrita dell’India. Uno dei suoi amici più stretti, Sri Ram Dayal Muzumdar, fratello di Sri Ram Gopal Muzumdar [1], era un grande discepolo di Lahiri Mahasaya, il messaggero del Kriya Yoga. Riandando indietro col pensiero, Shyamanandaji si era chiesto in seguito se anche Raja Garga non fosse effettivamente stato un Kriya Yogi.

Sri Ram Dayal Muzumdar, Preside in pensione del locale Collegio di Sanscrito, era un personaggio spirituale molto stimato. La sua traduzione della Bhagavad Gita dal sanscrito al bengali con relativo commento, fu il primo testo di quella sacra scrittura letto dal ragazzo Binayendra. Si parlò della possibilità che il pundit divenisse il tutore del ragazzo, ma Binayendra era troppo giovane e frequentava ancora le elementari. Comunque Sri Ram Dayal esercitò una profonda influenza spirituale sul ragazzo e ne incoraggiò la natura palesemente religiosa. Shyamanandaji ci raccontò: “Non avevo mai saputo che fosse collegato con questa linea dei Guru della Self-Realization Fellowship/Yogoda Satsanga Society of India fino a quando, anni dopo, entrai a far parte della Yogoda Satsanga Society. Fui sbalordito nel vedere il suo nome registrato nei verbali dell’organizzazione del 1919 come membro del corpo direttivo della scuola di Ranchi, assieme al Maestro [Paramahansa Yogananda], Sri Yukteswarji e altri”.

Quando Binayendra aveva undici anni, il venerabile sadhu Govinda Brahmarshi fece visita alla famiglia. Il santo manifestò un forte interesse nei confronti di quel giovane dall’indole spirituale. Era ovvio che anche il sadhu non lo considerava semplicemente un ragazzo comune. “Avevo un desiderio veramente profondo di abbandonare i traguardi del mondo e andarmene con quel santo”, ricordava Shyamanandaji, “ma egli mi disse: ‘Per te non è ancora arrivato il momento’. Avevo il cuore spezzato quando se ne andò. E quando si avvicinò il momento del suo ritorno ci fu comunicato che aveva lasciato il corpo”.

I Garga, una delle famiglie dirigenti dell’India, possedevano e governavano all’epoca circa cinquecento villaggi. L’istruzione di Binayendra includeva l’apprendimento del protocollo e dei compiti amministrativi per poter diventare ‘il principe regnante’ di quel territorio. Quanto alla sua preparazione accademica, egli si specializzò in storia internazionale e infine, dopo la maturità, decise di diventare avvocato. L’intelligenza naturalmente acuta, la memoria eccezionale e la forte volontà gli consentirono di eccellere in qualsiasi ambito egli si impegnasse – fossero gli studi, gli sport o la caccia alle tigri della giungla.

In seguito sposò la giovane figlia di quella famiglia, Shantana, la cui natura era una straordinaria combinazione di discernimento, forza e dolcezza. Mentalmente e spiritualmente era pari a lui, ed egli la considerava con rispettosa devozione; questo era forse una delle qualità più ammirevoli di Binayendra, una qualità peraltro molto rara in un rapporto coniugale. Diceva spesso di sua moglie: “Era unica, e io non ero alla sua altezza!”. Il loro matrimonio fu benedetto da due figlie, Dipti Moyee Debi e Priti Moyee Debi, che egli chiamava affettuosamente Mira e Minu.

Binayendra aveva proprio tutto quello che la maggior parte degli uomini desidera nella vita. Tuttavia egli diceva ricordando quei giorni: “Non sentivo di appartenere veramente a nessun posto. C’era sempre qualcos’altro che mi attirava”. È quello che prova ogni anima chiamata da Dio a compiere un dovere più alto nella vita. Ma non permise mai al rimpianto o al cattivo umore di trovare un posto, anche se momentaneo nella sua coscienza. La sua filosofia rifiutava questi sentimenti, così come ogni altra forma di negatività. “Credo nell’essere sempre allegri e positivi, e qualsiasi cosa uno faccia, dovrebbe farla bene!”. Questo fu il motto della sua vita.

Sri Daya Mata placing tilak on Swami Shyamananda
Sri Daya Mata pone il tilak (un segno
di benedizione spirituale) sulla
fronte di Swamiji, a Ranchi, il 15
marzo 1968

Shantana deve aver pensato spesso che avere a che fare con suo marito era come prendere un ‘toro per le corna’. In società era un anticonformista, mentre per quanto riguarda la religione era un bramino estremamente ortodosso, che non avrebbe preso (in realtà non poteva prendere) neppure una goccia d’acqua o una briciola di cibo se non corrispondevano alle regole prescritte dalle sacre scritture. Su qualsiasi cosa facesse esercitava una tale volontà e un tale entusiasmo che molto spesso andava agli estremi. (Una volta rischiò di morire per dimostrare a se stesso che poteva digiunare come faceva Mahatma Gandhi. Gandhi durante i digiuni beveva sufficiente acqua e diminuiva l’attività fisica. Binayendra non solo rinunciò al cibo, ma anche ai liquidi, e in aggiunta mantenne il suo normale ritmo attivo di studi e di sport all’aperto sotto il rovente sole indiano, tutto questo senza che nessuno della famiglia ne fosse al corrente. Dopo nove giorni, il servitore che si prendeva cura di lui si era accorto che Binayendra aveva avuto degli svenimenti e, allarmato, chiamò Shantana, la quale convinse suo marito ad assumere del cibo. Allora egli interruppe il suo digiuno estremo con un pasto estremo, composto da parecchi litri di latte e un’enorme quantità di chapati (pane indiano fritto). In seguito disse che quella era stata l’unica volta, in vita sua, in cui avvertì una leggera indigestione!

Ci è stato detto comunque che Shantana non si turbava mai: era sempre all’altezza del marito in ogni sua prova. Lei sorrideva in silenzio al suo rifiuto di far parte della ‘buona società’: una notte mentre dormiva gli tagliò il ciuffo di capelli da bramino ortodosso (lui non le disse mai che se ne era accorto, ma neppure lo fece ricrescere) e quando riteneva che il suo volitivo marito avesse passato il limite, ‘puntava i piedi’, e lui capitolava. Alcuni dei momenti più felici trascorsi assieme erano quelli in cui discutevano di filosofia, un argomento in cui le donne in India a quel tempo non erano considerate molto competenti. “Oltre alla sua profonda conoscenza, mia moglie aveva anche una memoria fotografica. Riusciva a scorrere una qualsiasi pagina di un libro o di testo sacro e poi sapeva ripeterla parola per parola. Anche in questo riusciva a superarmi”, raccontava Shyamananda ricordandola con grande rispetto.

A soli vent’anni Shantana morì dopo una lunga malattia. “Non provai alcun dolore”, diceva Shyamanandaji, “perché il mio cuore era troppo colmo”. Sua moglie gli aveva detto: “So che questa non è la tua strada nella vita. Io non sarò d’ostacolo, né ti tratterrò a lungo. Abbiamo dovuto interpretare il nostro ruolo in questo dramma, ma ora lo spettacolo deve finire e io devo lasciarti libero”.

Era il 1936. Da quel momento Shyamanandaji dedicò tutta la sua vita alla ricerca di Dio e della verità. Una cognata comprensiva si prese cura delle sue figlie, liberandolo così da quella incombenza. Lasciò la sua famiglia e passò la maggior parte dei ventitré anni successivi negli ashram in India e compiendo pellegrinaggi in luoghi sacri. Si recò dai più famosi santi e maestri indiani del tempo. Molti desideravano convogliare la sua devozione e sfruttare le sue capacità, sia per aiutare la sua ricerca spirituale che per ampliare l’organizzazione di questi venerabili maestri. Con il massimo rispetto per tutti, egli servì amorevolmente quanto più poté (costruì un ashram per un saggio, dove visse per la maggior parte dei dieci anni che seguirono). Ma non prese mai la diksha (i voti che instaurano il rapporto guru-discepolo). “Ero ancora alla ricerca di qualcos’altro” spiegò Shyamanandaji. “È strano: la mia ricerca cominciò quando il Maestro [Paramahansa Yogananda] era in India nel 1935-36. Ero a Puri nel 1936 quando egli piangeva per la perdita di Sri Yukteswarji. Devo averlo mancato di poco per parecchie volte. Se l’avessi incontrato, la mia ricerca, non appena iniziata, sarebbe finita; ma non doveva andare così”.

A Mahishadal, Binayendra Narayan costruì una bellissima università in memoria di sua moglie e nell'ultima parte di quei ventitré anni progettò, assieme a quattro suoi amici, la fondazione di un sanatorio per la tubercolosi, di cui c’era molto bisogno. Scelsero il clima salubre delle pianure di Giridanga nel Bengala occidentale, chiamarono l’istituzione Niramoy (‘guarigione’) e cominciarono a trasformare il sogno in realtà. Raccolsero tra di loro una considerevole somma di denaro che impiegarono per stampare e distribuire un opuscolo che presentava il grandioso progetto. Fede, determinazione, duro lavoro – i segni caratteristici della vita di Swami Shyamananda Giri – portarono frutto. Il sostegno arrivò da ogni parte dell’India: oggi il sanatorio, con attrezzature chirurgiche e un padiglione per la cura polmonare all’aperto, è un’istituzione modello. Il Primo Ministro indiano, Indira Gandhi, è stata presidente del Consiglio Direttivo. L’istituzione ha due sedi distaccate con cliniche specializzate in malattie respiratorie e ha iniziato a Calcutta un grande policlinico di quindici piani, tutto questo con il contributo di Shyamananda. L’istituzione non è a fini di lucro e presta cura a tariffa nominale o in base alle ‘possibilità’ di ciascun paziente.

Nel 1946 Shyamanandaji si recò in pellegrinaggio a Rajgir e Bodh Gaya, luoghi resi sacri da Gautama Buddha e dalla sua fervente ricerca della verità culminata nell’illuminazione finale sotto un grande albero di bo. Shyamanandaji aveva trascorso la maggior parte del giorno meditando sotto quell’albero a Bodh Gaya e passeggiando tra le rovine dei templi e dei monasteri nella vicina Rajgir. A tarda sera si ritirò nella sua camera in una locanda governativa. Verso le due o le tre del mattino si svegliò all’improvviso e saltò giù dal letto perché aveva visto una bellissima luce blu comparire nella sua stanza. Egli raccontò l’esperienza con queste parole:

“Da un angolo della stanza emanava una luce di un blu profondo; poi tutta la stanza si riempì di luce. La luce blu all’angolo cominciò a roteare. Apparve un volto, poi tutto il busto, e infine l’intera figura. Il volto era così sereno, così dolce, oh, così dolce! Pensai: ‘Chi potrebbe essere? Buddha? Shiva?’ No, questo divino personaggio non aveva le lunghe orecchie forate di Buddha, né i suoi capelli corti e ricci. Non aveva neppure la collana di serpenti[2] e le lunghe ciocche di capelli aggrovigliati di Shiva. Il volto era bellissimo e sereno come il loro, ma i capelli erano portati all’indietro. Mi parlò e mi diede un mantra[3]. Fu un’esperienza meravigliosa. Per i successivi dodici anni continuai a cercare quel volto.

Sri Daya Mata and Swami Shyamananda at India Hall banquet, 1969
A un banchetto nell’India Hall, al Tempio di Hollywood,
Los Angeles, 1969

 “Nel 1958 decisi di cercare un ashram tranquillo vicino a Calcutta dove potermi ritirare dalle responsabilità e meditare. Avevo sentito parlare dello Yogoda Math (ashram), che era a poca distanza dal tempio di Kali a Dakshineswar. Ci andai e costatai che in effetti era isolato, senza troppi visitatori e situato in una bellissima posizione sulle rive del Gange. Mi informai da uno dei monaci circa la possibilità di una eventuale permanenza. Egli mi parlò del fondatore, di cui mi mostrò il libro Autobiografia di uno Yogi. Acquistai il libro e me ne andai.

“Ero scettico riguardo a uno yogi che scriveva la sua autobiografia e specialmente a uno che aveva vissuto tanti anni in Occidente. Tuttavia, sfogliandola, mi resi conto che non si trattava di un testo qualunque: qualsiasi brano mi capitasse di leggere era carico di vitalità e di verità spirituali.

“Ma immaginate il mio stupore quando, scorrendo le pagine, aprii quella con il viso di Mahavatar Babaji. ‘È lui!’ esclamai, ‘quello della visione, che ho cercato in tutti questi anni! Come può essere? O sto solo immaginando?’”

Poi si ricordò che, allo Yogoda Math (ashram), il monaco gli aveva parlato dei preparativi per la visita dall’America della Presidente dell’organizzazione di Paramahansa Yogananda. Si ricordava anche di aver reagito scetticamente: “Un leader spirituale americano? E per di più una donna? Assurdo!”. Erano questi i suoi pensieri. Eppure si sentiva in qualche modo attratto, e pochi giorni dopo si ritrovò a colloquio con Sri Daya Mata. “Finito l’incontro, mentre mi accomiatavo ero consapevole che lei mi aveva rivelato l’ingrediente che era sempre mancato nella mia sadhana. Avevo seguito il sentiero del Jnana Yoga ispirato dall’esempio illustre di Swami Vivekananda, ma la mia sadhana rimaneva arida e vuota. Daya Mata mi disse che dovevo coltivare una maggiore devozione, un maggiore amore e un fervente desiderio per Dio. Il mio cuore cominciò a colmarsi e compresi che aveva ragione. Stranamente quel mio primo incontro con Ma ebbe luogo nel dodicesimo anniversario della mia visione di Babaji a Rajgir. Sentii che la mia ricerca era giunta al termine”.

Eppure il dubbio ingaggiò una battaglia nella sua mente: tutta la sua vita sarebbe andata sprecata se adesso fosse stato fuorviato dall’illusione. Si mantenne a distanza: si recava all’ashram, dove meditava quietamente e poi se ne andava alla chetichella. Cercò anche di stare lontano per lunghi periodi da quei luoghi. Ma ogni volta che ritornava si faceva strada in lui la stessa tranquilla certezza. Sri Daya Mata lo aveva già identificato tra la folla come quell’anima eccezionale, non ancora incontrata in India, che cercava profondamente Dio.

Andò a Ranchi quando Daya Mata si recò in visita in quel luogo dell’India in cui l’opera di Paramahansaji era iniziata con una fiorente scuola per ragazzi. Lì ebbero molte schiette conversazioni sull’organizzazione. Daya Mata gli confidò il suo dispiacere nell’aver trovato l’opera del suo guru in India molto trascurata e in uno stato di abbandono: era una organizzazione morente. E percepì che lui mostrava una profonda comprensione.

Egli accompagnò poi il gruppo di Sri Daya Mata a Puri, all’ashram della Yogoda Satsanga di Sri Yukteswar. Se fossero ancora rimasti dei dubbi nella mente di Shyamananda, in questo viaggio furono dissipati per sempre.

Il tempio di Jagannath a Puri, considerato uno dei più sacri in India, aveva un posto di devozione speciale nel cuore di Shyamananda. Vi era andato più volte in pellegrinaggio e aveva sempre ricevuto profonde benedizioni meditando in quei sacri luoghi. Per concessione speciale di Sua Santità Sri Shankaracharya Bharati Krishna Tirtha[4] Sri Daya Mata fu la prima americana a cui fosse mai stato concesso di entrare nel tempio di
Jagannath[5]. Quel giorno Shyamananda faceva parte del gruppo che la accompagnava.

Sri Daya Mata and Swami Shyamananda in the Himalayan foothills, 1963
In viaggio verso Dwarahat ai piedi
dell’Himalaya, Sri Daya Mata e
Swami Shyamananda scambiano
amichevoli saluti con gli abitanti della
zona, nel dicembre del 1963
 

Mentre meditava davanti all’altare su cui si trovano le immagini di Krishna nell’aspetto di Jagannath, Signore dell’universo, di sua sorella Subadhra e di suo fratello Balarama, Daya Mata entrò in un profondo stato di estasi, divenendo totalmente inconsapevole di tutto ciò che la circondava. Shyamananda raccontò la sua esperienza in quell’occasione:

“Stavo in piedi, appoggiato a un muro laterale del tempio, a una certa distanza, e guardavo Ma in meditazione. All’improvviso la sua forma cominciò a svanire nella luce. Guardai l’immagine di Jagannath sull’altare, poi di nuovo Ma e ancora l’altare; lo feci parecchie volte, scuotendo la testa per essere certo che non si trattasse della mia immaginazione. Mi resi conto che erano diventati Uno! Questa esperienza continuò a lungo, poi gradualmente la forma di Ma cominciò a riapparire. Dopo un po’ lei si alzò e lasciò il tempio. Mentre lo faceva notai che il suo fazzoletto color ocra le era caduto a terra. Mi chiedevo come mai coloro che erano con lei non lo avessero raccolto. Ero estremamente riluttante a toccarlo, poiché, in quel luogo sacro, e dopo essere stato testimone di quanto avevo appena visto, quel fazzoletto era un simbolo. Raccoglierlo significava impegnarmi davanti al Signore, come se stessi raccogliendo il suo vessillo. Prima di allora non avevo preso mai un impegno del genere nei confronti di alcuna persona o alcuna organizzazione. Però non potevo lasciarlo lì per terra. Guardai freneticamente l’altare e pregai: ‘Signore, che fai? Cosa mi stai chiedendo?’. Alla fine dissi: ‘Signore, quello che deve essere, sia’. Raccolsi il fazzoletto e lo portai fuori a Ma”.

Sri Daya Mata,Swami Shyamananda, and Sri Banamali Das
Sri Daya Mata con Swami Shyamananda
e Sri Banamali Das, membro del
Consiglio Direttivo della YSS da sempre
amico di Swamiji

Sri Daya Mata si era solo vagamente accorta del fazzoletto caduto e della riluttanza di Binayendra a raccoglierlo. Anche lei aveva capito che era un simbolo. Quando lui glielo porse, ebbe la conferma di ciò che sapeva già: Dio lo aveva scelto per aiutarla a ricostruire l’opera del suo Guru in India.

Un atto simbolico simile a quello di “raccogliere il vessillo del Guru” era già accaduto anni prima nella vita di Shyamananda. Nel 1930, durante il Durga Puja[6], il giovane Binayendra e alcuni dei suoi amici più stretti erano in vacanza. La famiglia di Sri Banamali Das[7], uno dei suoi più cari amici di lunga data, aveva affittato per un mese un bungalow a Ranchi ed era stata raggiunta dai ragazzi, ospiti entusiasti. Quel bungalow, che era parte della proprietà del Maharaja di Kasimbazar, era stato un tempo usato dalla scuola Yogoda di Paramahansa Yogananda, ma era stato sgomberato nel 1929 quando la scuola si era ingrandita. I villeggianti non lo sapevano. “Quando arrivammo là”, raccontò Shyamananda, “notai per terra un cartello con l’insegna Yogoda. Era coperto di terra e le formiche bianche lo stavano mangiando. Non ho mai potuto sopportare di veder rovinare qualcosa, anche se non mi apparteneva. Pensai anche: “Qui deve esserci stata qualche istituzione spirituale. Non è giusto che questo cartello rimanga per terra e venga calpestato”. Quindi lo raccolse, lo ripulì dallo sporco e dalle formiche e lo appoggiò su un albero: benché ne fosse inconsapevole, aveva compiuto il suo primo premuroso atto di servizio al suo Guru.

Mentre si trovavano a Puri, Shyamananda chiese a Sri Daya Mata di ricevere la diksha[8] La cerimonia si svolse nel tempio dedicato alla memoria di Swami Sri Yukteswarji, eretto da Paramahansaji sul suo luogo di sepoltura all’interno dell’ashram della YSS. Shyamananda fu la prima persona in India a ricevere la diksha da Sri Daya Mata. Fu l’inizio: una scintilla di vita era ritornata nell’opera di Paramahansa Yogananda.

Prima che Daya Mata lasciasse l’India, alla conclusione della sua visita nel 1958-59, l’allora signor Dubey fu eletto come membro del Board of Directors e nominato segretario generale della Yogoda Satsanga Society of India. In seguito fu anche chiamato a far parte del Board of Directors alla Casa Madre della Self-Realization Fellowship. Negli anni seguenti Daya Mata lo incoraggiò spesso a prendere l’iniziazione di sannyasi (i voti di rinuncia di uno swami). Egli aveva preso quei voti in modo informale al Kumbha Mela nel 1938. Rifiutò ripetutamente, spiegandone così la ragione: “Vedo com’è facile essere intossicati dai titoli, specialmente in India dove c’è un così grande rispetto per chiunque indossi la veste ocra della rinuncia. Lasciatemi prima lavorare ed essere messo alla prova, poi sia quello che Dio vuole”. Dopo qualche tempo acconsentì umilmente a ricevere da Sri Daya Mata il titolo di Yogacharya (insegnante di Yoga). Con questo nome, Yogacharya Binay Narayan, fu quindi conosciuto finché non divenne swami. Il 10 ottobre 1970 ricevette da Sri Daya Mata la formale iniziazione sannyas nel ramo Giri dell’antico ordine monastico a cui appartengono Paramahansa Yogananda e i suoi discepoli sannyas. Daya Mata gli conferì il nome di Swami Shyamananda Giri.

Sri Daya Mata with faculty of the Yogoda schools, Ranchi, India, 1968
Sri Daya Mata, Sri Mrinalini Mata e Swami Shyamananda con i docenti delle scuole
Yogoda a Ranchi nel 1968
 
 Sri Daya Mata and Swami Shyamananda, Chennai, India, 1968
Sri Daya Mata e Swami Shyamananda
durante un viaggio nel sud dell’India,
a Chennai, nel 1968
 

Per dodici anni Shyamanandaji servì l’opera del Guru con infaticabile altruismo e devozione. Grazie ai suoi sforzi, da una istituzione in rovina cominciò a emergere la realizzazione dei sogni più nobili che Paramahansaji aveva avuto per la Yogoda Satsanga Society, sogni che Sri Daya Mata aveva promesso a Paramahansaji di portare a compimento. Dio aveva ispirato una persona straordinariamente qualificata ad aiutarla in questo compito titanico. Daya Mata compì tre successive visite in India portando grande ispirazione e slancio all’opera. Sostenuto dalla sua guida e dalle sue benedizioni Shyamanandaji si impegnò con successo a far rivivere lo spirito morente negli ashram esistenti e nella scuola di Ranchi. Fondò nuove scuole sia a Ranchi che in altre località. Viaggiò in tutta l’India diffondendo il messaggio del Guru, fondando centri Yogoda e gruppi di meditazione. Tra il 1968 e il 1971, per quattro volte fece visita alla Casa Madre SRF/YSS di Los Angeles allo scopo di diffondere l’opera in tutto il mondo; durante questi viaggi visitò centri e devoti in varie parti del mondo promuovendo la diffusione del messaggio di Paramahansa Yogananda.

Non sapeva cosa significasse far riposare il corpo. In effetti, il suo entusiasmo e la sua dedizione erano tali che egli non sentiva mai il bisogno di essere sollevato dai suoi incarichi. “Dove si può trovare maggior ringiovanimento del corpo e dello spirito se non nel servire Dio e il Maestro?”, lo si sentiva dire spesso. “Quando parlo di Dio e lavoro per Lui sono colmo della Sua vita”. Lo sviluppo dell’opera portato avanti in quegli anni non fu privo di intoppi, contrasti e innumerevoli ostacoli, ma Dio diede a Shyamanandaji la vitalità e la saggezza necessarie. Questa impresa non avrebbe mai potuto essere compiuta da qualcuno di minor statura spirituale e di minore ricettività.

“Non vivrò più di sessant’anni”, aveva detto in numerose occasioni. “Devo spingere me stesso e quelli vicini a me a compiere in pochi anni il lavoro di molti anni. Ciò che non faccio adesso per il Maestro non potrò farlo in seguito. Dio potrebbe non darmi un’altra opportunità”.

Il suo servizio era ispirato dalla sua filosofia riassunta in queste parole: “Lavorare per Dio è adorazione. Continuerò a lavorare: sono deciso a farlo. So che nel lavoro stanno la salvezza e la liberazione. In altre forme di devozione, la mente può vagare e non essere sempre nel pensiero di Dio e nel Guru, ma mentre lavoro una parte di me sarà sempre con Loro. Se la mia mente, le mie mani, i miei piedi, tutto il mio essere, è immerso nella Loro opera, allora anche se la mente divaga, le mani e i piedi si adoperano per Loro. Un tempo desideravo ardentemente essere libero soltanto per meditare, ma se mi limitassi a meditare e la mia mente vagasse, allontanandosi da Dio, in quei momenti lo avrei perduto al cento per cento. Ma se mentre lavoro per Dio e per il Maestro la mia mente divaga, una parte di me rimane ancora con Loro. Sono giunto a comprendere che è questo il segreto del Karma Yoga. Questo è ciò di cui sono certo: lavorerò per il Maestro fino all’ultima goccia di sangue nel mio corpo. Sono convinto che in questa opera sta la mia salvezza!”.

Sri Daya Mata giving sannyas to Swami Shyamananda, 1970
Sri Daya Mata drappeggia lo scialle ocra
di sannyas su Swamiji nel 1970

Mantenne quel voto come pochi uomini sarebbero stati capaci di fare e continuò a servire dettando e firmando lettere, dando direttive per l’opera in India persino quando la sua malattia era in fase terminale e le forze lo stavano abbandonando. Era davvero un miracolo per i medici e gli infermieri che lo assistevano. E negli ultimi giorni, quando anche quel po’ di forza lo aveva abbandonato, egli chiese di vedere parecchi devoti dell’ashram, in modo da poter parlare loro e ispirarli a tenere alto il vessillo dell’opera del Guru, proprio come lui si era tanto sforzato di fare. La sua preghiera era: “Signore, se è tua volontà che io debba lasciare il corpo adesso, esaudisci questo mio ardente desiderio: che io ritorni velocemente su questa terra per continuare a servire l’opera del Maestro!”.

La malattia non intaccò mai la sua coscienza. Era sempre allegro, positivo, pieno di fede e di amore divino; soprattutto era completamente abbandonato alla volontà di Dio nel suo aspetto di Madre Divina, da lui tanto amata e adorata per tutta la vita. Durante quel periodo ebbe molte meravigliose esperienze spirituali: la comunione gioiosa con la Madre Divina e con il Guru, e la benedizione della presenza di Babaji in almeno due occasioni di cui si è a conoscenza. La sua consapevolezza fu presente fino all’ultimo respiro. Appena quattro ore prima del mistico momento in cui Dio lo richiamò, aveva raccolto le sue ultime briciole di forza per fare il gesto devozionale del pranam[9] mentre gli venivano sussurrate all’orecchio le preghiere a Dio e al Guru.

“Fin da quando ero molto giovane mi giungeva alla mente una vaga visione di un luogo che era la mia dimora”. Shyamananda aveva detto a Sri Daya Mata poche settimane prima di morire. “Ho sempre sentito che un giorno l’avrei trovato. Poteva trovarsi nell’Himalaya vicino a Badrinath, da qualche parte oltre quei sentieri [10]. Sentivo continuamente un desiderio profondissimo di trovarlo. Lì avrei fatto mio un piccolo spazio dove poter meditare da solo con Dio e vivere i miei ultimi giorni. Non ho mai trovato la mia dimora, ma è lì, da qualche parte oltre quei sentieri!”.

Forse la sua dimora non era su questo piano terreno, forse l’ha trovata adesso, dove poter risiedere con il suo amato Dio, libero infine di meditare e riposarsi, e libero dalle sue responsabilità terrene. Lì possa rinnovarsi, elevarsi nello spirito e prepararsi per il momento in cui Dio esaudirà il suo desiderio di ritornare ancora una volta, in una forma nuova, una vita nuova per servire l’opera del suo Guru sulla terra.

Sri Daya Mata and Swami Shyamananda after sannyas ceremony, 1970Sri Daya Mata e Swami Shyamananda in piedi, raccolti in silenziosa preghiera alla conclusione della cerimonia dei voti di sannyasi di Swamiji  

Una sera, circa tre settimane prima di morire, Shyamanandaji fu ispirato a comporre questi versi in bengali, che egli tradusse poi in inglese:

“All’alba della vita
L’anima sfreccia su un cocchio fiammeggiante.
Giunta al crepuscolo della vita
Cosa vede?
Il cielo polveroso lasciato alle spalle?
Oppure il luminoso orizzonte davanti a sé che la chiama!”.

Coloro che conobbero e amarono Swami Shyamananda Giri non hanno dubbi che il suo spirito indomito guardi soltanto avanti verso il luminoso orizzonte che lo chiama.

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[1] Il ‘Santo che non dorme mai’ che diede una benedizione speciale al giovane Paramahansa Yogananda prima della sua ultima fuga sull’Himalaya alla ricerca della realizzazione di Dio. In quella occasione Ram Gopal raccontò a Paramahansaji anche del suo primo incontro con l’immortale Mahavatar Babaji. (Vedi capitolo 13, Autobiografia di uno Yogi.)

[2] Simbolo della padronanza del sé, del controllo sulla forza vitale. ‘Re degli Yogi’ e uno dei molti appellativi di Lord Shiva.

[3] Potente canto vibratorio. La traduzione letterale della parola sanscrita mantra è ‘strumento del pensiero’.

[4] Capo spirituale del Gowardhan Math, fondato a Puri nel nono secolo da Swami Shankara, il più grande filosofo indiano, riorganizzatore dell’ordine degli Swami.

[5] Fin dalla fondazione del tempio, secoli fa, coloro che non sono induisti e gli occidentali non potevano accedervi. Il divieto era stato revocato in occasione della visita di Sri Daya Mata a Puri. Non molto tempo dopo, la restrizione fu nuovamente imposta.

[6] ‘Adorazione di Durga’, una festività in onore di Dio nell’aspetto di Madre Divina.

[7] Anche Sri Banamali Das divenne membro della Yogoda Satsanga Society of India e membro del Consiglio Direttivo della YSS nonché, dopo la morte di Swami Shyamananda Giri, Segretario generale insieme a Swami Shantananda.

[8] Iniziazione spirituale, dalla radice verbale sanscrita diksh ‘dedicarsi’.

[9] Letteralmente, ‘saluto completo’ dalla radice sanscrita nam ‘salutare o inchinarsi’ e dal prefisso pro ‘completamente’. Le mani, giunte, sono tenute all’altezza del cuore.

[10] Un riferimento ai sentieri tracciati dai passi dei pellegrini a Badrinath, uno dei più sacri luoghi di pellegrinaggio in India. I lettori dell’Autobiografia di uno Yogi di Paramahansa Yogananda ricorderanno forse che Swami Pranabananda, dopo la sua rinascita, si era recato a Badrinarayan (vicino a Badrinath), unendosi al gruppo di santi che vivono con il grande Babaji.

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